Territorio

Passeggiate di primavera: da Longare a Barbarano.

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Da Longare, precisamente contrà Giacomelli, si parte per un bel percorso che attraverso prati e boschetti porta fino a località Scudeleta (Barbarano Vicentino). Si inizia seguendo il segnavia del sentiero n.1 del Monte delle Rose, abbandonando la strada comunale ed entrando nel Comune di Castegnero, zona famosa per le ciliegie. In quest’area si possono vedere dei caratteristici casolari che si trovano ai margini del bosco. Oltrepassato un capitello, molto bello e pittoresco, si prosegue fino alla località Sermondi, costeggiando una chiesetta del 1700, ormai abbandonata, e di lì si continua fino ad arrivare a Nanto, conosciuto per l’olio, il tartufo e la lavorazione della pietra tenera di Vicenza. Si arriva alla fontana di Trene e la si oltrepassa fino a giungere alla sommità del monte, dove si trovano le omonime grotte preistoriche, caratterizzate dalla presenza della fortificazione del Balza (iscrizione datata al 1509). Si imbocca poi la ripida strada dello Zimo, costeggiano un’ampia e spettacolare voragine creata dallo Scaranto Degora, mentre in contrà Tommasetto,poco più in là, si può ammirare la maestosità di un castagno gigantesco e secolare. Procedendo si arriva in vista della cima più alta dei Berici, il Monte Alto (440 m.), e così si entra prima nei territori di Mossano (con una discesa in paese, si possono visitare i mulini, la grotta di S.Bernardino e le Prigioni), e poi di Barbarano, ora legati anche in sede amministrativa. A Barbarano vicentino, patria del Tai Rosso, si può vedere la vecchia chiesa di S. Giovanni, ceduta nel 1954,assieme al monastero costruito di fianco, al Comando Trasmissioni dell’Esercito Italiano. Da qui, inizia la discesa sino ad arrivare in località Scudeleta.

San Valentino e Vicenza. Una devozione che dura da 500 anni.

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A Vicenza, c’è una bella chiesa romanica dedicata a due fratelli originari di Vicenza, Felice e Fortunato, che alla fine del III° sec. si trovavano ad Aquileia, dove vennero martirizzati a causa della loro fede e le cui reliquie sono qui custodite. All’interno del sacrario, però c’è anche una reliquia particolare, quella di San Valentino, vescovo di Terni, patrono degli innamorati e che ogni 14 febbraio viene esposta per adorazione. All’interno della basilica viene distribuito anche un pane benedetto, che secondo la tradizione popolare dovrebbe preservare dalle malattie nervose. La tradizione della Festa di S. Valentino a Vicenza si ripete da 500 anni ed è stata spostata nella Basilica a seguito della sconsacrazione della Chiesa di S.Valentino della quale si può apprezzare la facciata al civico 54 di Corso San Felice. Sono trascorsi oltre 1.730 anni da quel 14 febbraio, giorno dalla morte, e il culto di San Valentino, il vescovo guaritore di Terni, è sempre vivo. San Valentino, inoltre, è venerato come protettore dei malati del “mal caduco” (epilessia). Ogni anno la chiesa si gremisce di fedeli, per i quali viene allestita una vera e propria festa dove bancarelle di dolciumi e altro, trovano posto sul sagrato antistante.

Febbraio: fiorisce la primula

primule

Un’antica fiaba Boèma racconta che in un’estate lontana e molto afosa, un re insofferente per il gran caldo maledì la stagione, invocando il gelo.
Subito fu accontentato e la Regina dell’Inverno arrivò su una carrozza di ghiaccio, per avvolgere il regno in un freddo pungente. Trascorsero i mesi e, notando che il gelo non accennava ad andarsene, il re cominciò a preoccuparsi, perché i suoi sudditi erano sempre più infelici. Anche sua figlia, la principessa Valentina, si era intristita e trascorreva il tempo davanti al camino, in attesa di una primavera che non arrivava mai. Un giorno, proprio dalle fiamme che Valentina stava osservando, prese forma una fanciulla incoronata di fiori, con in mano una piccola pianta. La visione disse alla principessa di essere la Primavera e le spiegò che per rompere l’incantesimo del freddo perenne, occorreva un altro incantesimo, quello del richiamo. Quindi le consegnò la pianticella verde e le disse di interrala in giardino. La principessa tentò subito di farlo, ma la terra gelata era dura come sasso e le sue mani si ferirono, fino a farla piangere per il dolore. Le lacrime calde caddero nel terreno, che si ammorbidì e lei poté finalmente interrare la piantina. Subito i boccioli si dischiusero in tanti fiorellini gialli come il sole. E, richiamata da quel cespo fiorito, tornò la Primavera. La gente, felice, riprese ad uscire e quando vide il nuovo fiore che aveva avuto la forza di vincere il freddo, lo chiamò primula, ossia primo fiore.
da www.raccontidifata.com